sabato 21 dicembre 2019

#1 Depression: un nobel a doppia faccia


Una medaglia ha sempre due facce, ma entrambe hanno la stessa forma e condividono lo stesso spessore e materiale.
Una clessidra ha sempre due lati, ma il loro volume è il medesimo come anche il tempo che occorre alla sabbia per viaggiare da una parte all'altra.
Anche un essere umano è diviso in due metà, una visibile a tutti e l’altra celata, ma il corpo che le ospita, il cuore che le sorregge e il cervello che le comanda a volte non riescono a distinguerle.
Quella serata si basò proprio su questa legge universale, scindendosi in due momenti distinti e separati il cui perno di giunzione fu il Dottor Sterling, il cui segreto era sconosciuto pressoché a tutti.
Quel 10 dicembre sera la sala Konserthuset era così gremita che i respiri di tutti i presenti erano in grado di viziare l’aria anche con le finestre aperte e, nonostante non facesse poi chissà che caldo primaverile all'esterno, l’ambiente era tiepido e accogliente, seppur devastato dai costanti e fastidiosi bisbigli della folla. Tutte le poltrone rosse erano occupate, tutta la gente indossava smoking, maestosità e cultura. I tappeti porpora con arabeschi dorati erano di una bellezza inaudita, proprio come quei quadri settecenteschi che abbellivano il salone, coprendo piccoli sprazzi della carta da parati floreale su base bordeaux. Un grosso lampadario di cristallo irrorava luce e lucentezza su tutti gli animi e il palco di legno scuro, il cui sipario era già aperto, sosteneva un leggio del medesimo colore mogano e un microfono silente illuminato da una decina di faretti.
Si trattava della premiazione e assegnazione dei premi Nobel del 2019 e Tim Sterling doveva ricevere la sua consacrazione definitiva, ritirando la propria targhetta per la sezione di medicina. Alcuni mesi prima aveva finalmente diagnosticato la depressione come patologia non solo psichiatrica, ovvero un comune disturbo dell’umore, bensì anche fisico-neurologica iniziando poi uno studio ben finanziato per ricercare una cura efficace per debellarla, che fosse chirurgico-invasiva o meno. Era riuscito a trovare più di duecento soggetti, la cui forma depressiva acuta mostrava segni tangibili all'interno del tessuto cerebrale, ma in alcuni casi, oltre ai sintomi ormai ufficializzati dai manuali diagnostici per la comparte psicologica e dal medico per quelli fisici, era possibile notare altri campanelli d'allarme nell’organismo in grado di diagnosticare al 100% la presenza della depressione. 
Non era un virus, non era un’infezione, non era un cancro e non era batterica. Non c’era tuttavia un vero e proprio modo per definire quella tipologia di malattia a cavallo tra la psicosi, il malessere psicosomatico e l’alterazione del funzionamento degli organi. Ma i sintomi esistevano, non era tutto frutto di una mente traumatizzata o di una personalità deviata, una bassa autostima o un umore settato verso il basso. Si trattava di sintomi fisici reali e con essi c’erano le reazioni alla patologia, di conseguenza doveva esserci per forza di cose anche una cura, cosa su cui il medico stava appunto lavorando con quei finanziamenti. Anche perché se si fosse rivelata essere inguaribile e quindi latentemente terminale, più 350 milioni di abitanti nel mondo avrebbero corso un gran bel rischio.
Quando alle 21 chiamarono il suo nome per invitarlo sul palco a ritirare la targa, cosa più importante per lui in quel momento buio della sua carriera da neurochirurgo, dopo aver perso una decina di pazienti consecutivi nel 2018, gli tremavano le mani dall’emozione. Era sbalordito, felice e insicuro e le sue dita frenetiche non desideravano altro che infilarsi nelle tasche per prelevare la fiaschetta di tequila segreta e il suo pacchetto di sigarette alla menta, le sue uniche debolezze umane, che tra l’altro un medico che si rispetti non dovrebbe neanche lontanamente avere.
Salì i gradini di legno che non scricchiolarono sotto la sua mole esile ed emaciata, simbolo emblematico di un uomo che non aveva mai fatto un giorno di palestra in vita propria, ma che possedeva un metabolismo così accelerato da farlo apparire magro anche a 40 anni e con la pancetta da beone. Avanzò nei suoi pantaloni beige a sigaretta, lasciando che i suoi mocassini neri si godessero il luccichio dei faretti che si specchiavano. Gli diedero un’auricolare con microfono prima di qualsiasi altra cosa, in modo tale che potesse ricevere istantaneamente la traduzione di ciò che si sarebbe detto, fornendo ovviamente anche a loro la possibilità di tradurlo per l’uditorio. Protese la mano per stringere quella dell’uomo baffuto e stempiato che reggeva la targhetta e poi venne detto qualcosa in svedese e lui sorrise sentendo la voce suadente di una donna ripetergli la frase in italiano.

“Non so come abbia fatto a non ridere in quel momento o comunque a non provarci con la dolce vocina che mi sussurrava cose mediche all’orecchio”, dichiarò Sterling in una botta di ilarità, sbattendo il bicchiere di scotch vuoto sul bancone di legno, mentre l’uomo al suo fianco lo imitava lasciandosi cogliere da un accesso di risa esorbitante.
“Ero in terza fila, ma non sono riuscito a vederti bene. Avrai avuto la faccia di uno che sta per scoppiare!”, aggiunse il suo compagno di bevute momentaneo, un certo scrittore di altri tempi che non aveva vinto alcun premio quella sera ma che era da considerare un ospite fisso ad ogni premiazione. Aveva grossomodo la sua età, ma sembrava ridere per le cose più stupide mai viste o forse erano tutti quei bicchierini vuoti che avevano davanti a rendere felice l’aria del bar post-nobel.
Il locale era gremito, come lo era stato il salone di un’oretta prima, solo che non si trattava della stessa tipologia di gente in smoking e latinismi, sebbene il locale fosse comunque un pub pittoresco e rinomato in fondo alla stessa via dove c’era la sede della premiazione a Stoccolma, ovvero a meno di 150 metri da uno dei palazzi più famosi della capitale svedese.
Da quell’evento, era possibile vedere unicamente loro due in quel bar, visto che tutti gli altri presenti, che ricoprivano tutte le panche e tutti gli sgabelli, erano semplici clienti abituali, a cui piaceva esibire un certo tenore di vita e di classe anche bevendo una pinta. Era un pub tradizionale, ma per la posizione in cui era ubicato era normale che anche il prezzo di una semplice birra fosse così vertiginoso. Tutto nella regola della realtà moderna.
“Tu hai mai vinto un Nobel per la letteratura, Larry?”, chiese il medico, facendo segno al barista di portare altri due drink, questa volta doppi. Aveva la mente annebbiata e desiderava tanto fumarsi una sigaretta, ma uscire al freddo non era una buona idea, se non si fosse riscaldato il cervello almeno un altro po’.
“No, ci sono andato vicino un paio di volte, credo. È la decima volta che vengo invitato alla premiazione, ma non penso di averlo mai davvero meritato finora. Quindi non mi danno per essere ancora a mani vuote”.
I bicchieri giunsero, brindarono senza alcuna parola e fecero un piccolo sorso ciascuno. Era il momento di godersi quella brodaglia invece che ingollarla, perché in fondo era giunto il momento di cominciare i discorsi seri e smetterla con quelle fittizie chiacchiere.
“E quindi vuoi scrivere un libro su di me, così da vincerne uno”, dichiarò di punto in bianco Sterling, strizzando gli occhi per l’eccessiva forza di quello scotch. Il barista aveva per caso cambiato bottiglia o annata? Quel veleno era migliorato dal nulla.
“Ho riso troppo alle tue battute scommetto, per questo mi hai pizzicato”.
“Touché”.
“Questa è l’idea comunque, anche se mi interessa più il percorso che ti ha condotto alla diagnosi piuttosto che la tua persona”.
“Vuoi semplicemente scoprire come ho fatto a diagnosticarla, allora? Puoi leggere la mia ricerca, è tutto spiegato lì”, asserì beffardo, non riuscendo a sorseggiare il drink e mandandolo giù di colpo, sbattendo di nuovo il bicchiere sul bancone senza però fare un altro ordine.
“Non credo che spulciare le cartelle di duecento pazienti, in cui in maniera medica fai analisi del sangue e delle feci, possa aiutarmi in qualche modo”, replicò lo scrittore, imitando il suo gesto e svuotando il contenitore di vetro.
“Sigaretta?”, domandò Tim alzandosi in piedi.
“Pensavo non me l’avresti chiesto mai”, rispose Larry imitandolo nuovamente.
“Vuoi la verità, dunque?”.
“Sì, perché so che c’è molto di più dietro tutta questa storia. Posso intuirlo”.
“Allora dovremo parlare per un bel po’ e dovrai pagare parecchio alcool, anche se dubito riesca a spiegarti le cose in una sola serata. È passata la mezzanotte”.
“Troveremo il modo per parlare anche in altre sedi e altri modi”.
“Prima che esca il libro, nessuno dovrà sapere ciò che ti dirò”.
“Si capisce, non getterei mai al vento un’occasione così, spifferando la mia idea al primo che passa e rendendo pubblico il segreto che me la farà sviluppare”.
“Okay, ma dovrai tenerti forte, perché sto per dirti due cose che ti lasceranno a bocca aperta”.
“Cioè?”.
“La diagnosi iniziale non è stata mia prima di tutto e poi è stata ultimata non su quei 200 pazienti della ricerca ufficiale, ma su altri 20 ignoti... quando ormai erano già defunti da parecchio tempo”.
E la porta del pub venne spalancata da una donna con un vestito magenta, permettendo a loro di uscire e al freddo di congelare quella rivelazione per sempre nella mente di Larry.

giovedì 19 dicembre 2019

#0 Depression: GoPro sull'autostrada

Sapeva che quella avrebbe potuto essere l'ultima sera della sua vita, eppure si sentiva tremendamente tranquillo. Quella donna era stata chiara alcuni giorni prima. 
Da oggi in poi indossa questa GoPro al collo e cerca di lasciarle campo libero giusto di fronte a te, aveva detto, consegnandogli la telecamera. Era un compito duro da portare a termine, se si considerava il fatto che la fine di esso fosse appunto la sua morte. Certa tra l'altro, non probabile. La sua assoluta e definitiva morte certa. Doveva indossare quella cosa fino a quell'esatto momento.
Quelli come te non sono soli, aveva aggiunto.
E non devono esserlo più, ma per poter riuscire in questo bisogna che alcuni si sacrifichino, come le cavie di qualsiasi medicina sperimentale o i primi a subire qualche nuova e innovativa procedura chirurgica.
Aveva pensato ai suoi figli, a sua moglie, a tutti i suoi amici e altri parenti. Molti di loro sarebbero potuti finire nella sua situazione, quindi perché non sfruttare il suo già esserci per cercare di salvarli?
Per questo aveva al collo quella telecamera e per questo camminava lungo il guardrail di pietra dell'autostrada, nonostante piovesse a dirotto. Il vento era infernale e lo frustava senza sosta con raffiche d'acqua e nevischio.
Aveva qualcosa nel cervello, ma quella donna aveva detto che c'era in realtà molto di più. Aveva qualcosa che gli straziava il cuore, che gli bastonava l'anima e che prendeva la sua personalità per il collo impiccandola ad ogni istante di vita, senza stancarsi mai.
Non sapeva cosa significasse tutto questo, ma sapeva cosa sarebbe potuto accadere.
I fari di un camion illuminarono il suo viso pallido. L'assenza di sonno aveva preso a pugni i suoi occhi. Tremava perché non aveva fame e le gocce gelide che gli si accumulavano sulla pelle scoperta non lo bagnavano per davvero. Era disidratato. Avrebbe tanto voluto buttar giù un goccetto. Così, tanto per ricordare l'inizio.
Il sapore del fuoco, la parvenza di benzina. Bere lo avrebbe salvato da quell'autostrada, fatta di pece nera e linea di mezzeria tratteggiata. Camminava nella direzione opposta al senso di marcia e si trovava a lato esterno della carreggiata. Finora non aveva ancora incontrato una piazzola di sosta e si era concentrato completamente sul tenere la GoPro fissa innanzi a sé. Nessuno lampeggiava i fari nella sua direzione, ma lui si sentiva accecato.
Nessuno suonava il clacson per segnalargli di stare attento e scendere da quel luogo non fatto per i pedoni, eppure lui era assordato da un rumore continuo.
Quella bottiglia.
Quel finestrino.
Quel vecchio disco graffiato.
Si fermò perché il fiato iniziò a mancargli.
Quando prese a fissare le auto instancabili, dall'altro lato della corsia c'era un bambino di una decina d'anni. Aveva una felpa scura con il cappuccio ben piantato in testa. Con un piede appoggiato sul triangolo di segnalazione per gli incidenti, provava ad allacciarsi le scarpe, ma non ci riusciva perché una delle sue braccia era storta all'indietro, spezzata in una maniera indicibile e così frantumata da sembrare essere uscita da un frullatore.
"Ehi, attento!", gridò con monito l'uomo.
Il ragazzo alzò il capo e lo guardò con un sorriso strano, poiché diviso a metà da un'ustione che gli aveva devastato mezza faccia.
Sapeva chi era, altrimenti quella donna non gli avrebbe ordinato di indossare la telecamera.
Pianse di getto, lasciando che quell'attacco di panico prendesse il sopravvento.
Poi attraversò l'autostrada senza guardare, ma almeno la GoPro tenne gli occhi aperti per tutto il tempo.

domenica 16 giugno 2019

#1 La croce nel giardino: non dovevi fare la spia

"Mettetevi in fila Pumpkin Class, sono le 12:45. Riprenderemo la correzione delle vostre risposte alle domande del testo, quando ritornerete su dopo pranzo", spiegò la professoressa, alzandosi in piedi e aprendo la porta della classe.
"Okay, Holly", rispose il gruppo di 30 ragazzini in coro, prima di chiudere i propri quaderni, alzarsi in piedi, mettersi uno dietro l'altro e uscire dalla classe alla volta della sala mensa.
L'Alexandra Primary School era una delle scuole elementari pubbliche più affollate dell'intero quartiere di Bounds Green. Anche con la presenza di un folto staff qualificato sia dal lato amministrativo e manutentivo sia da quello educativo e di sostegno, la gestione della vita scolastica quotidiana non era molto semplice, visto che su ben 18 classi in totale, le 3 con meno studenti contavano 30 testoline... ed erano quinte elementari. Si capisce che una mole di studenti così copiosa, con età che oscillavano tra 6 e 11 anni, rendeva un po' la vita di tutti abbastanza ardua da affrontare, pure per gli studenti stessi, che si ritrovavano a sentirsi soli come piccole acciughe in un banco composto da milioni di pesci.
Eric non era molto bravo a fare nuove amicizie, ma per quanto poteva fregargliene i 4 compagni che aveva gli bastavano e avanzavano. Erano diventati amici sin dal primo anno all'Alexandra e da quel momento in poi avevano sempre fatto quasi tutto insieme, più o meno.
Il suo gruppetto era composto da Raynis, ovvero il suo migliore amico, Leopold, il capo-bulletto della squadra, Adam, il braccio destro del boss, e Zacary, il ragazzo che tutta la scuola prendeva in giro perché grasso, ma che loro avevano accettato come parte del gruppo, anche se non denigravano di sottometterlo quando era in disaccordo con Leopold. A volte Eric si chiedeva se non fossero degli amici schifosi quando lo prendevano in giro, lo picchiavano o gli organizzavano scherzi, come se fossero anche loro degli spietati bulli con il proprio amico. Il capo gli rispondeva costantemente di no, perché tra amici questo accade sempre, glielo aveva detto suo fratello. In più loro lo proteggevano dagli altri bulli della scuola e lui in cambio doveva soltanto obbedire alle regole del gruppo. Chiunque di loro sarebbe stato bullizzato se avesse infranto le regole del gruppo, se accadeva sempre più spesso con Zacary era perché lui non riusciva mai a seguire fino in fondo le linee guida. Non era colpa sua se il ciccione era stupido, era colpa del suo cervello pieno di grasso. Ed effettivamente, il ragionamento non faceva alcuna piega.
"Allora, avete capito un po' cosa è successo ieri?", dichiarò Leopold, non appena si sedette al tavolo dove era accomodata la sua intera squadra, tranne l'anello debole e strabordante di essa.
"No, cosa?", domandò Adam interessato, afferrando la propria piadina con pollo dal vassoio e addentandola con famelicità.
Eric e Raynis ascoltavano in silenzio, mentre la gigantesca sala mensa si riempiva sempre di più di studenti, professori e personale intenti a consumare il proprio pasto, in quell'ora di pausa dedita al pranzo per ogni forma di vita dell'istituto.
"Ieri portai dei palloncini a scuola e li riempii d'acqua quando la maestra d'arte ci diede il permesso di tornare in classe a prendere le nostre cose, a pochi minuti dalla fine della giornata".
"Che dovevi farci?", chiese ancora una volta Adam, sempre più eccitato da quel racconto non ancora iniziato. Essere un braccio destro non è mai così semplice come sembra, se si vuole cercare di essere perfetti e mai traditori.
"Dovevo colpire e bagnare alcune ragazze della classe in fondo al corridoio, perché durante l'intervallo di ieri mi hanno chiamato gay".
"E lo hai fatto?", intervenne a quel punto Eric, quasi intimorito dalla scelta di questo tipo di vendetta ad una infantile offesa come quella.
"Ovviamente!", tuonò Leopold, ridendo come un pazzo.
"Che peccato che non ci fossi", affermò rammaricato Adam, abbassando lo sguardo e immaginandosi la fantastica scena a cui non aveva assistito per essere tornato a casa prima del tempo. Perché sua madre non lo aveva portato dal dottore di pomeriggio?
"Però non è questo il punto", aggiunse poco dopo il boss, assaggiando una cucchiaiata di fagioli edemame.
"E qual è?".
"Zacary era presente e le ragazze lo hanno detto alla loro insegnante dopo che le ho colpite con tutti i gavettoni. Il ciccione ha confermato la storia delle due e ha fatto la spia, infatti domani mattina mia madre deve venire a parlare con la preside".
Gli occhi di tutti e tre si spalancarono di colpo, increduli del tradimento così palese e bastardo che il loro amico aveva perpetrato. Come si fa a fare la spia su una cosa del genere? Come si può pugnalare alle spalle un amico su un avvenimento di questo tipo? Si sa che la punizione sarebbe potuta essere pesante, perché Zacary non gli aveva guardato le spalle dando delle bugiarde a quelle due vipere?
"Oggi il grassone non è venuto a scuola, perché sua madre lo ha portato ad incontrare suo padre all'ospedale psichiatrico. Alle 15:15 però sarà qui fuori ad aspettarci, visto che gli ho detto che andavamo a giocare a calcio a Bowes Park", dichiarò di colpo Raynis, dando delle informazioni vitali per l'organizzazione di un piano punitivo.
"Perfetto, andremo a giocare nel parco come se non fosse successo nulla fino al calar del sole".
"E poi?".
"Non doveva fare la spia, quindi lo puniremo in modo esemplare".
"Ovvero?".
"Lo faremo cadere oltre la palizzata dove c'è il pozzo con la croce".

giovedì 13 giugno 2019

#0 La croce nel giardino: le quattro case

A nord di Londra, lungo il manto asfaltato della più che lunga Bounds Green Road, si stagliava un reticolo di case a due piani quasi del tutto uguali. Sotto la luce bianchiccia proveniente da quel cielo torbido e ricco di nuvole sbiadite, i giardini che anticipavano gli ingressi di quelle abitazioni erano freddi e umidi. Il traffico era scarso per essere un mercoledì qualunque, ma il numero di auto e di motorini da consegna non era poi troppo esiguo per le persone che circolavano sui marciapiedi o aspettavano il verde per attraversare la strada.
Alla fine di quest'arteria periferica, subito dopo i famosi parchi di Alexandra Palace e Bowes e la stazione metropolitana del quartiere di Bounds Green, una delle proprietà più invidiate dell'intero isolato capeggiava il fronte sinistro della strada principale. Si trattava di un possedimento privato unico nel suo genere, poiché era composto da un quadrato di terra di 250 metri per lato, ai cui angoli facevano capolino 4 case identiche dalla bellezza inaudita. Non erano però le ville angolari a rappresentare il motivo di tanta gelosia, bensì l'appezzamento di terra interno che i 4 proprietari avevano deciso di unire insieme e isolarlo, circondando l'intero perimetro con una palizzata di legno spessa, rinforzata con pannelli di ferro e alta ben 3 metri e mezzo.
Nonostante a nessuno fosse concesso uno scorcio o l'ingresso in tale protetto giardino ben curato, la curiosità aveva sempre pervaso le menti del vicinato, tant'è che molto spesso alcuni droni avevano sorvolato la proprietà, spiando dall'alto i segreti racchiusi in quel forte. Niente di anomalo era stato mai avvistato da questi uccelli metallici, ma un qualcosa di strano era comunque trapelato col tempo.
Quella pianura ricca di verde, oltre ai numerosi fiori e siepi che ospitava, aveva un'altra cosa realmente particolare. Giusto al centro del quadrato di terra, le telecamere volanti avevano più volte inquadrato uno stranissimo disco di metallo con un diametro di 4 metri. Sebbene si capisse benissimo il fatto che si trattasse di un semplice pozzo, magari dalla grandezza un po' anormale, era quello che vi era sopra a destare curiosità.
Una croce d'oro massiccio era infatti saldata sul cerchio ferroso arrugginito, una croce poderosa e luccicante, che con regolarità veniva pulita e lucidata dai proprietari. Non c'era un vero e proprio rimando ad elementi religiosi, visto che la figura di Gesù non era presente e la croce non ricordava affatto quella cristiana. In più ognuna delle 4 estremità finiva con un anello, un anello in cui passava un lucchetto che ancorava e sigillava l'ingresso di quel pozzo.
Quel mercoledì mattina però, i 4 catenacci non erano chiusi e qualcuno li aveva lasciati cadere nell'erba senza alcun ritegno, convinto magari che niente sarebbe entrato e niente sarebbe uscito da quel corridoio verticale.
Liron era in cucina a prepararsi un tea, fischiettando e riscaldando l'acqua con il suo bollitore rapido. La sua villa era quella all'angolo destro in basso, la cui cucina affacciava proprio all'interno del giardino, tramite delle comode porte-finestre.
Quando il coperchio del pozzo fu spalancato e dal suo interno fuoriuscì quel ragazzo insanguinato, lui non se ne rese conto, poiché intento a inzuppare per bene il proprio sacchettino nell'acqua bollente.
Sean indossava solo dei jeans e il suo torso nudo era ricoperto da graffi profondi e macchie di sangue fresco. Tra le dita stringeva una pala sporca di fango ed aveva intenzione di usarla come una mazza da baseball se fosse stato necessario. Quando venne fuori da quel buco fatto nella terra, si voltò indietro per vedere se i suoi compagni lo stessero ancora seguendo. Ramsay saltò fuori dopo pochi istanti, ma di Eric poterono vedere a malapena la testa e le mani, prima che delle urla agghiaccianti inondassero quell'inspiegabile silenzio e lo trascinassero di nuovo nel fondo.
Liron alzò gli occhi perché le grida attirarono finalmente la sua attenzione e, quando notò la presenza di quei due nei pressi dell'ingresso del pozzo, si attivò come una molla, prelevando la propria pistola silenziata dal cassetto della cucina e precipitandosi in giardino.
Sparò tre colpi a raffica, mancando due volte il bersaglio, ma colpendo Ramsay al centro della schiena  con il terzo proiettile.
Sean si voltò spaventato di scatto, dopo aver sentito quei terrificanti sibili e dopo aver visto abbattere il suo amico d'infanzia, mostrando le sue labbra cucite a quel vecchio bastardo che pericolosamente avanzava per non sbagliare i prossimi spari.
Il ragazzo lo mandò a fanculo con la mano destra, mugugnando parolacce incomprensibili attraverso quei fili neri che gli serravano la bocca.
Liron sparò ancora, ma non centrò il bersaglio, e a Sean non restò da fare altro che saltare di nuovo nel pozzo.

lunedì 14 gennaio 2019

#1 Sangue e cemento: scolpire

Quando doveva scolpire, il religioso silenzio era una delle condizioni imprescindibili in cui l'ambiente doveva trovarsi. Le sue lauree e le sue abilitazioni lo etichettavano sia come architetto che come ingegnere, mentre la sua esperienza manuale lo nominava come muratore esperto. Scolpire invece per lui era sempre stato un hobby, sebbene adesso, a causa del suo obbiettivo prioritario, fosse diventato un lavoro vero e proprio. Il silenzio dunque gli occorreva per molteplici ragioni, di cui la prima era il concentrarsi e procedere lentamente e la seconda invece era legata al riflettere e ricordare.
Dopo aver spappolato e tagliato a pezzi il corpo dell'uomo che aveva ucciso, riponendolo in quattro sacchetti neri della spazzatura da dover nascondere nel lago, era ritornato nella stanza di congiunzione tra la porta a sinistra e la porta a destra. Aveva issato il blocco di cemento color malva sul tavolo dove aveva rollato le proprie sigarette e, sempre senza maglia, si era posizionato sotto l'unica lampadina accesa pendente dal soffitto. Sul tavolo aveva riposto martelli dalle varie dimensioni, scalpelli, raspe e un segaccio, ma ad essi aveva accostato le ultime due sigarette al sangue. Una l'aveva fumata dopo le martellate, una dopo il fare a pezzi e una dopo l'imbustamento.
Fissò il cemento, lo accarezzò per assicurarsi della sua solidità, si portò una sigaretta alla bocca e l'accese. Prese i propri attrezzi e cominciò a lavorare la sua scultura.
L'uomo che aveva ucciso non era una persona malvagia e, nonostante la scelta di ucciderlo fosse classificabile quasi come una scelta casuale, in realtà un metro di giudizio per condannarlo a morte lo aveva usato.
La sua vittima era un pompiere, un uomo di coraggio, un uomo che salvava delle vite o che almeno ci provava quando un'emergenza incorreva. I pompieri sono impavidi, hanno fegato, sono il simbolo del coraggio anche quando una missione va a male e il fuoco divora chi doveva essere prelevato dalle fiamme. Non meritava assolutamente di essere seguito da un furgone, di essere tramortito con un bel colpo dietro alla nuca e di essere poi trascinato via senza che nessun occhio indiscreto lo notasse. Men meno si era in qualche modo guadagnato una fine simile, ovvero appeso a testa in giù su ganci da macello prima di essere sgozzato ancora vivo e cosciente. Ma allora perché lo aveva scelto ed eliminato atrocemente?
Ciccò la sigaretta nel posacenere a forma di fiore colorato, prima di rificcarsela in bocca, aspirare e continuare a scolpire. Stava procedendo bene il lavoro, l'omino maschile stava già prendendo forma e il suo volto e le sue spalle erano molto verosimili.
Il pompiere aveva preso parte allo spegnimento dell'incendio che anni prima aveva inghiottito casa sua. Aveva eseguito un lavoro impeccabile e aveva avuto un coraggio da vendere, tant'è che aveva tratto in salvo incolumi sia il suo cane che la sua gatta. Lui aveva pianto di gioia, quando quell'uomo glieli aveva riconsegnati spaventati tra le sue braccia. Per questo aveva scelto lui e per questo aveva prelevato il suo fegato per aggiungerlo come elemento chiave alla scultura che stava realizzando.
Se doveva realizzare una statuetta grossa una decina di centimetri e doveva renderla uguale a sé stesso, come un feticcio che identificasse la sua persona, era giusto che ammazzasse quel pompiere e prelevasse il suo coraggio. Così tutto sarebbe quadrato, no? Scolpendo il cemento con quel sangue e quel fegato, avrebbe potuto creare la forma migliore di sé stesso, ovvero l'uomo abile, coraggioso e impavido che era sempre stato.
Lui aveva sempre creduto che il mondo fosse composto da manifestazioni prive di senso, manifestazioni che però si rifanno a qualcosa che non esiste in questa realtà. Per questo l'umanità è così varia, perché si rifà a qualcosa di superiore che magari non è mai stata manifestata e che tra sé è tutta diversa. Se dunque quelle statuine dovevano essere simbolo di qualcos'altro, era necessario che si aggiungessero gli elementi in grado di specificarne l'identità sia fisica che spirituale.
Il cemento per l'umanità.
Il sangue per la spiritualità.
E il fegato per l'individualità.
Il trittico perfetto, la triade indissolubile: l'uomo, la realtà e l'aldilà.
La penultima sigaretta era stata spenta da un pezzo, quando finalmente completò la propria statuina. Non era convinto di quanto tempo fosse trascorso, ma si sentiva stanco e spossato come non gli accadeva da anni.
Si alzò in piedi e, posizionandosi perpendicolarmente sotto la lampadina, osservò la statuetta che rappresentava sé stesso.
Il colore era ancora a metà tra malva e vinaccia, ma la precisione con cui l'aveva realizzata era indiscutibile. Gli somigliava leggermente, ma il suo fisico e la sua pelata erano pressoché identiche, come anche il tatuaggio con scritto Tormento dietro al suo collo.
Poggiò il suo lavoro sul tavolo e raccolse le chiavi del furgone e della sua imbarcazione. Doveva far sparire i resti di quel corpo per sempre, ma prima si accese l'ultima e conclusiva sigaretta al sangue.

venerdì 11 gennaio 2019

#0 Sangue e Cemento: il martello

Osservando le sue mani lisce e curate mentre rollava le sue sigarette di tabacco, non si sarebbe mai detto che quei palmi e quelle dita appartenessero ad un muratore esperto. La grazia con cui muoveva le sue estremità e la delicatezza della pelle non avrebbero mai suggerito l'appartenenza di esse ad un tipo di lavoro così manuale, dunque realmente a volte non bisogna giudicare un libro dalla sua copertina.
Piegato su quel tavolo da lavoro con a ridosso tutti quegli attrezzi sparsi e sporchi e quell'unica lampadina ad illuminargli il cranio calvo e il corpo denudato, eccetto per le mutande, era interessante notare come si dedicava con meticolosità a quell'azione che ormai compiva da anni. I suoi occhi verdi erano rapidi e vispi e cercavano di controllare attentamente che non ci fosse nessuna piega nelle cartine appena leccate e chiuse, come se questo potesse influenzare o cambiare qualcosa nel fumare.
Ne completò 5 in tutto e senza alcuna forza, per non piegarle e per non romperle, le raccolse con una sola mano. Si alzò in piedi, deglutì e andò prima a controllare che la porta alla sua sinistra fosse chiusa per bene, prima di dirigersi verso quella di destra.
Spalancò l'uscio, accese la luce e guardò il corpo appeso al gancio a testa in giù. I due spuntoni acuminati infilzavano da una parte all'altra i tendini di Achille assicurando che il cadavere fosse ben sospeso da terra, così come viene fatto in macelleria con gli agnelli sfasciati e gli altri tipi di animali da macello. Giudicando dal colore bianchiccio e dal pallore mortale che ricopriva quasi ogni angolo della pelle di quell'uomo, quasi tutto il sangue doveva essere sgorgato fuori dalla sua gola squarciata, precipitando in quella gigantesca bacinella di plastica azzurra poggiata al suolo. Era cresciuto in campagna, quindi sapeva benissimo come si sgozza un maiale. Suo zio e suo padre gli avevano fatto praticare la sua prima incisione alla gola quando aveva appena 11 anni.
Si avvicinò al cadavere, ne annusò la putrefazione e poi si chinò verso il contenitore di plastica quasi del tutto pieno. Qualche gocciolina colava ancora. Prese una alla volta le sue sigarette e le intinse lievemente nel sangue su di un lato, appoggiandole poi a terra sul fianco non imbrattato cosicché si asciugassero.
Un corpo umano contiene circa 5 litri di sangue e fondamentalmente può essere riconosciuto da tutti in ogni ambito di studio come la migliore icona simbolica della vita. Più dell'acqua, più del vino, più dell'alcool e dell'urina. Ogni tipo di scienza o religione usa la metafora del sangue per identificare il carburante della vita, peccato che questo venga spesso dimenticato e quel liquido rosso venga associato alla morte, all'assassinio e alla paura, oltre che alla trasmissione di malattie virali.
Ma lui conosceva bene il sangue e le sue proprietà, ecco perché faceva ciò che stava facendo.
Mentre i suoi mini-bastoncini di tabacco si asciugavano, recuperò il suo coltello da macellaio. Si avvicinò al lato dell'addome di quell'uomo, che aveva brutalmente ammazzato, e constatò la presenza del rigor mortis. I suoi muscoli erano rigidi, ma quella lama lo avrebbe affettato a meraviglia.
Spostò il secchio e infilzò l'uomo dall'altezza dell'ombelico, tranciandolo man mano fino ad arrivare allo sterno. Il rumore della carne che veniva affettata era simile a quella di un quarto di bue sfasciato, non c'era assolutamente alcuna differenza. Gli occorreva un solo organo in quel frangente, quindi non sarebbe servito a niente cominciare una vera e propria autopsia, per questo era partito da sopra al pube. 
Allargò leggermente i lembi e cavò il fegato sporco di sangue e bile. Raggiunse uno dei tavoli presenti nella stanza illuminata dai neon e lo depositò nella sua centrifuga. Gli serviva liquido, quindi accese il macchinario e lo frullò totalmente.
Sebbene avesse già ucciso un uomo, avesse già chiuso le sigarette e centrifugato il fegato, il vero lavoro ancora doveva iniziare, per cui cominciò ad affrettarsi iniziando pure a fischiettare dalla felicità. Versò l'organo liquido nella bacinella e la accostò a quella più insolita che possedeva nell'angolo, la cui forma era un cubo perfetto. In quella vuota aggiunse acqua e leganti idraulici e mescolò con forza per ottenere la sua pasta cementizia, aggiunse a quel punto un bel po' di sangue e fegato liquido e completò il suo cemento dal colore compreso tra vinaccia e malva. Riempì quasi totalmente la bacinella cubica e poi la lasciò riposare... avrebbe dovuto solidificarsi completamente prima di poter cominciare a scolpirla.
Si riavvicinò al tavolo della centrifuga e prelevò il proprio gigantesco martello da carpentiere. Lo appoggiò a terra, fissando la parola TORMENTO incisa sul legno, la stessa che lui aveva inciso sulla propria pelle con un tatuaggio dietro al collo, e tirò giù il cadavere. Fare a pezzetti piccolissimi un essere umano è più semplice se tutte le ossa sono frantumate, ma a quanto pareva nessuno ci aveva mai pensato prima d'ora, o almeno nessuno di sua conoscenza. Inoltre, dopo aver rimosso tutto il sangue con uno sgozzamento, non c'era neanche troppo da pulire dopo, quindi era lecito domandarsi perché nessuno facesse mai una cosa del genere, ma forse non c'erano troppi stomaci forti in circolazione. Un corpo ridotto a pezzi dopo una frantumazione simile è più semplice da mettere in un sacchetto da gettare in un lago o nel mare e si può stare certi che non risalirà mai a galla.
Raccolse Tormento e lo soppesò, poi come una ghigliottina infida e malefica, cominciò a calarlo più e più volte sulle varie giunture e sulle varie parti del cadavere. Il rumore di carne e ossa che si spappolavano erano assordanti, ma questo non gli impedì di infliggere più di cinquanta colpi.
Passarono quasi dieci minuti, dopodiché prese una sigaretta da terra.
Appoggiò la testa sporca del martello al suolo e si resse con una mano sul suo manico.
E mentre il suo impasto di sangue e cemento si solidificava e la sua vittima giaceva come una poltiglia irriconoscibile, in attesa di essere tagliata a pezzi, lui si fumò per la prima volta una sigaretta al sangue.