venerdì 19 gennaio 2018

#60 Prisoners: prendere una vita

Il direttore aveva scoperto il significato di tutto il biglietto segreto che i due infiltrati dell'FBI dovevano scambiarsi. Era lui ad essere nel mirino delle indagini. Avevano fatto entrare un agente nella prigione sotto forma di carcerato, per poterlo monitorare e per poterlo spingere a confessare i suoi peccati.
Venti anni prima erano morte tantissime persone a causa del direttore e del detenuto Ephraim Smith e altrettanti avevano subito abusi a causa di Carl Minegold. Il direttore non aveva chiesto l'aiuto di nessuna autorità e aveva insabbiato tutto con l'aiuto del secondino Alan, coinvolto con l'ebreo sin dall'inizio con l'incarico di drogarlo e spingerlo a commettere delitti abbastanza paranormali. L'autocombustione è infatti qualcosa di veramente ultraterreno.
Chissà come l'FBI aveva capito che le cose non erano andate come riportato nei rapporti che l'uomo incaricato aveva stilato e adesso si era messa in testa di incastrare il direttore.
Per fortuna lui era riuscito a scoprire ogni cosa e, chiedendo aiuto al nuovo secondino, che altri non era se non Alan, il quale gli doveva più di un favore per l'averlo messo in fuga invece che incarcerarlo, era riuscito a drogare l'agente infiltrato e rivoltarlo dalla sua parte.
Per adesso l'FBI non aveva prove e con l'uomo all'interno fuori gioco non sarebbe riuscita a fare proprio niente.
Ma la droga non sarebbe durata per sempre e una volta finita l'uomo infiltrato avrebbe potuto imputare quell'azione come reato e avrebbe potuto riaprire un'inchiesta per i sospetti lasciati in sospeso.
Quello che il direttore non riusciva a spiegarsi era come l'FBI potesse creare e inviare quei regalini notturni, visto che si trattavano di pezzi di corpi umani, oggetti a caso e la mano della sua ex fidanzata. Quelle non erano intimidazioni dell'autorità, quelli erano proprio reati penali commessi dal bureau. Nessuno però li avrebbe perseguiti per quello, dato che non lasciavano traccia.
Anche il direttore non aveva lasciato tracce, quindi doveva fare in modo di diventare non perseguibile. Ma come?
Alzò la cornetta dalla scrivania del suo ufficio e chiamò un secondino. Gli disse che aveva bisogno di Alan e che doveva farlo venire il più velocemente possibile.
Quando 5 minuti dopo l'uomo irruppe nella stanza, il direttore stava fumando una sigaretta con la finestra aperta.
"Mi ha chiamato, signore?".
"Devo chiederti un ultimo favore, Alan".
"Mi dica...".
"Devi uccidere l'agente infiltrato e deve sembrare un incidente a tutti gli effetti".
La sigaretta si spense a causa di una folata di vento.

mercoledì 17 gennaio 2018

#59 Prisoners: dire la verità ai cattivi

L'uomo era nella cella di isolamento, ma la percepiva come una semplice stanza priva di uscita e priva di finestra. Il senso di claustrofobia che provava, misto al gonfiore che aveva al viso, al dolore del suo fondo schiena e al sapore perenne del sangue in bocca, lo nauseavano e lo stavano conducendo sia alla pazzia che alla disperazione.
Il mostro che doveva venire a reclamare ciò che gli aveva promesso, ovvero le giuste informazioni, era dentro di lui e presto sarebbe giunto anche fisicamente lì. Il rumore che produceva nella sua mente era più asfissiante della stanza stessa.
La porta si aprì e l'essere multiforme e seghettato di colore nero entrò con violenza e avidità. Dalla sua bocca colavano litri di sangue, sangue che imbrattava il pavimento e reclamava risposte.
L'uomo si alzò e chiese scusa inginocchiandosi. Il mostro poggiò la sua pesante mano sulla sua spalla, avvinghiandosi e facendo penetrare gli artigli nella sua carne.
L'uomo strillò e chiese nuovamente scusa.
Doveva parlare, doveva dire ogni cosa.
"I foglietti sono criptati perché la persona su cui stiamo indagando è unicamente il direttore di questo dannato carcere!", strillò, poggiando la faccia a terra.
Il mostro sembrò innervosirsi, ma più di ogni altra cosa parve spaventarsi. Gli aveva rivelato la verità e questa verità non gli piaceva minimamente.
"Da oltre vent'anni in questa prigione sono morte tantissime persone. Ci sono stati casi di traffico di organi, traffico di droga e addirittura un incendio dove sono morti tantissimi detenuti. L'FBI ritiene che ci sia un coinvolgimento diretto di chi gestisce questa prigione. Il direttore ha sempre mosso i fili e noi abbiamo l'incarico di incastrarlo. Si pensa che le persone morte nel fuoco, siano state uccise perfino prima dell'incidente. I corpi devono essere stati messi lì per coprire la loro effettiva ragione di morte! Li ha uccisi tutti il direttore!".
Il mostro urlò in maniera acuta, quasi distruggendogli i timpani. Poi andò via come se mai fosse entrato in quella stanza, lasciandolo da solo.
E l'uomo restò di nuovo con se stesso e tutti i suoi dolori.
Aveva tradito i suoi intenti e tutte le persone che contavano su di lui.
Non lo aveva fatto di proposito, ma adesso il sangue che aveva in bocca era quello del tradimento.

martedì 16 gennaio 2018

#58 Prisoners: il vero diavolo

Dopo l'incontro che avevo organizzato tra il poliziotto infiltrato, ormai piegato psicologicamente alle mie volontà, ed il suo collega dell'FBI, dovevo aspettarmi una visita repentina nel mio ufficio.
Quando infatti entrai nella mia prigione, sorseggiando quella tazza di caffè schifosa e rafferma, mi fu detto subito che qualcuno era in attesa all'esterno della mia stanza privata di lavoro.
Fu proprio il nuovo secondino da poco assunto e reclutato a dirmelo. L'uomo che avevo cercato io stesso personalmente, visto che era in debito con me di parecchi debiti. Per chi non lo avesse capito, si trattava di Alan, il braccio destro di Ephraim, colui che mi aveva drogato e condotto a commettere omicidi dettati dalla mente malata dell'ebreo. Lo avevo tenuto in vita e lo avevo tenuto fuori da una prigione, gli avevo chiesto aiuto proprio per piegare l'infiltrato al mio volere.
Perché sì, avevamo drogato il finto detenuto con la stessa polvere aerea usata con me. Avrei potuto anche fargli uccidere la gente, se avessi voluto. A me però servivano solo le informazioni giuste sulle loro indagini.
Quella era la mia prigione.
"Salve", dissi all'agente dell'FBI, quando fui fuori dalla porta del mio ufficio.
"Salve", rispose lui distaccato.
"Si accomodi".
Aprii la porta, entrai nel mio ufficio spalancando la finestra, gli indicai una sedia e mi accesi una sigaretta.
"Sa perché mi trovo qui", commentò l'uomo.
"Ovviamente".
"Mi dica allora cosa succederà adesso".
"Cosa dovrebbe succedere, scusi? Me lo dica lei".
"Avrà scoperto la natura delle nostre indagini suppongo, quindi adesso tirerò fuori il mio uomo da qui e tutto andrà a monte", minacciò, cercando di scrutarmi in maniera fredda.
"Ci vorranno comunque mesi per questo atto, quindi avrò tutto il tempo di fare le mie mosse con tranquillità. Non si dimentichi che sono in possesso di tutti i regalini che mi avete inviato".
L'uomo impallidì e perse la voce insieme alla sua lingua.
"Lei non ha capito contro chi si è messo. Io sono il proprietario di questa prigione, qui dentro tutto è mio e tutto fa ciò che dico io. Quando avete cominciato a mettervi contro di me, avete firmato la vostr condanna".
"Ma...".
"Niente ma! Io sono il vero diavolo e questo è il mio inferno personale".
Gli occhi dell'uomo si persero nel terrore.

lunedì 15 gennaio 2018

#2 Terrori disumani: perdere tutto


Imbracciò il fucile di precisione che aveva utilizzato per uccidere tutte quelle persone, per il solo motivo di volerlo pulire. La canna lucida e metallica, l’impugnatura maneggevole, il peso effettivo del tutto più quello dei proiettili inseriti e quelli mancanti. Ci sono cose che gli uomini e le donne possono sopportare grazie alla propria forza interiore, ma ce ne sono tante altre che oltre ad essere insopportabili sono anche insostenibili per chiunque.
Si mise in cucina, lo smontò e prese il suo kit di pulizia. In un angolo del tavolo, su cui aveva posizionato tutto l’occorrente, posò 4 bossoli di colpi ormai sparati e già andati a segno. Ognuno di essi si era infilato nel cranio di una persona, nel cranio di chi gli aveva portato via una parte della sua vita. Sì, perché l’uomo con il fucile di precisione era un uomo che aveva perso tutto.
Il primo lo aveva sparato da lunga distanza, dritto nel cranio del suo datore di lavoro, il quale di punto in bianco lo aveva licenziato. Perdere il lavoro in una situazione precaria è una delle cose più spaventose che potrebbero mai capitare a qualcuno. Ti senti in bilico, ti senti inutile, ma più di tutto ti senti perso nel maelstrom della società, visto che senza soldi non puoi neanche più mangiare ed avere un tetto sopra la tua testa.
Il secondo lo aveva indirizzato sulla fronte del suo padrone di casa. Un uomo insulso e pieno di avidità, che lo aveva regolarmente ospitato in una delle sue proprietà con un contratto stipulato col consenso di entrambi. Lui aveva deciso il prezzo e sempre puntuale era stato pagato. Dopo dieci anni però, ovvero alla scadenza di quel pezzo di carta inutile, aveva chiesto più soldi. Molti più soldi della prima richiesta. O gli dava quelli o lo avrebbe sbattuto per strada. Aveva già perso il lavoro, di conseguenza non poteva minimamente permettersi di fronteggiare una spesa simile. Allora aveva perso la casa e lui aveva perso la vita.
Il terzo lo aveva conficcato nella testa di sua moglie. In pochi approveranno questa scelta, ma, quando aveva scoperto il suo tradimento, la sua donna non aveva ammesso le proprie colpe. Anzi, aveva rivoltato queste ultime verso la sua persona, alludendo alla sua incapacità di essere un uomo e andandosene via con il frutto del loro amore. Il suo avvocato aveva fatto in modo di dare ragione a sua moglie, concedendole la possibilità di tenere il bambino per sé in maniera indiscussa. Lui non avrebbe più potuto vederlo.
Il quarto ed ultimo colpo si era insinuato dietro la nuca del suo migliore amico. Qui non c’erano molte parole da spendere o da chiarificare. Il suo fratello per scelta era l’uomo con cui sua moglie lo aveva tradito e con cui ora condivideva la sua nuova casa. Il suo migliore amico era ora il patrigno di suo figlio. Si era preso la sua famiglia interamente.
Finito di pulire il fucile, lo assemblò di nuovo come solo un soldato sa fare. Mise su il requiem di Mozart e bevve un bicchiere di succo d’ananas. Rise da solo. Quella situazione poteva apparire abbastanza grottesca e paradossale. Quattro persone gli avevano distrutto la vita e quattro persone adesso erano sottoterra a riscaldare la natura e i vermi. Lui era vivo, ma stupidamente era il primo ad essere morto tra tutti.
Provate voi ad immaginare la vostra vita distrutta dagli eventi. Inermi ed impotenti a fissare un castello di carte di cui non avete nessun diritto di proprietà. Siete padroni della vostra vita ma non siete padroni delle vicende che ne alterano il destino. Questo non giustificava le azioni negative e cattive che aveva commesso quell’uomo, ma lui non aveva intenzione di ripulire il mondo dai 4 malfattori per poi continuare a vivere.
Lui era già morto e il suo egoismo aveva soltanto deciso di portare con sé tutti gli altri.
Adesso tutti erano morti come lui e la sua arma era pulita e linda come prima di commettere tutte quelle uccisioni.
Mancava una sola vittima al completamento di quel piano e ovviamente quella vittima era lui stesso.
E mentre la musica risuonava placida e soave, lui si alzò in piedi portando con sé la sua fedele arma, l’unica cosa che sembrava fare e dire ciò che prometteva. L’unica che non aveva agito diversamente dai suoi intenti.
Raggiunse la ringhiera del primo piano della sua casa e fissò i mobili sottostanti del suo soggiorno. Avrebbe dovuto traslocare l’indomani, ma sapeva già in anticipo che non lo avrebbe mai fatto.
Suicidarsi non è mai la soluzione.
Uccidere gli altri neanche lo è.
Questo era però quello che aveva deciso di fare lui e, per pagare dei peccati di uccisione che aveva commesso, decise di morire nel modo più violento che la sua mente aveva elaborato. Era giusto che soffrisse al massimo ed era giusto che usasse il suo fucile di precisione per farlo.
No, non si sparò di certo un colpo in testa. Troppo facile, non ci sarebbe stata nessuna remissione altrimenti.
Prese l’arma, si mise la canna in bocca e disse addio alla sua vita. Solo ad essa… a nessun altro.
E poi saltò nel vuoto, con la canna del fucile in bocca.
Atterrò malissimo, con il calcio del fucile ad impattare al suolo e il peso del suo corpo premuto contro l’arma, che gli si conficcò in gola, spaccandogli dall’interno la colonna vertebrale. Lo schiocco di quella rottura fu inquietante e rimbombante. Non poté neanche urlare per il dolore provato.
Gli si lacerò la gola, gli si frantumarono quasi tutti i denti e la mascella si spezzò in più punti. La canna del fucile era quasi uscita dietro la parte anteriore del collo. La tua testa aveva un angolo pietoso e rivoltante rispetto al resto del suo corpo.
Perse sensibilità quasi ovunque, ma restò un focolare acceso all’altezza del collo, all’altezza del punto dove cominciò a gorgogliare per il fiume di sangue che non riusciva a vomitare fuori.
Morì così, col collo spezzato, senza respirare più, col sapore del sangue e della rabbia in bocca. Soffocato, contorto e dolorante. Ci vollero 3 minuti per spirare, ma se lo meritava.

Perché quando perdi tutto, la prima cosa che ti manca… è il respiro.

sabato 13 gennaio 2018

#57 Prisoners: faccia a faccia

Se lanci un gattino nella fossa di una tigre, esso riuscirà ad integrarsi e a mostrarti tutto quello che lì dentro accade. Potrai sapere tutto, potrai vedere tutto, l'unica cosa che non potrai fare sarà riprendertelo, perché fino a prova contraria è chiuso lì... insieme alle tigri.
Pensavo a questo quando ero seduto nel mio ufficio, riflettendo sul contenuto indecifrabile del biglietto ed osservando con maniacalità gli schermi con le immagini delle telecamere rivolte verso la stanza delle visite della prigione.
Quel giorno a nessun carcerato tranne uno erano concesse visite. Nessun parente, amico o conoscente sarebbe venuto a trovare il suo relativo dietro le sbarre. Solo al poliziotto infiltrato sarebbe stato concesso di incontrare il suo collega, ma questo non lo sapevano nessuno dei due.
Lui venne, incurante di ogni cosa e si meravigliò non poco quando non vide nessuna fila. Consegnò i propri documenti di identità, percorse i corridoi giusti ed ebbe accesso a quella stanza, dove ormai non c'erano neanche più i secondini.
Ebbe paura, probabilmente, poiché io lo vidi guardarsi intorno spaesato al chiudersi della porta alle sue spalle.
Poi si aprì l'uscio oltre i pannelli divisori con telefoni ed il poliziotto infiltrato fece la sua entrata in scena. Il volto tumefatto, i tic e gli spasmi che gli percorrevano il capo e gli arti e il passo cadenzato. Ogni tanto si voltava verso il muro sinistro ed annuiva con repentinità ripetendo:
Certo, signor direttore.
Certo, signor direttore.
Certo, signor direttore.
L'agente dell'FBI non poteva credere ai propri occhi. Il suo collega si era fatto incarcerare in quella prigione per svolgere delle indagini, ma adesso sembrava un cadavere ambulante a cui avevano fatto il lavaggio del cervello. Quello non era più il suo collega.
E mentre faccia a faccia si osservavano, con il mio occhio tecnologico che li scrutava attraverso le telecamere, il carcerato vedeva solo mostri. Uno davanti a sé a cui dover dire qualcosa e uno alla sua sinistra e dentro di sé a cui obbedire senza alcun obiezione.
Hanno preso i biglietti.
Hanno vinto.
Gli spiegherò tutto.
Disse senza alcuna ombra di delusione nella voce.

venerdì 12 gennaio 2018

#56 Prisoners: mostro dentro

Un uomo era seduto a terra sul pavimento freddo e sospirava per il triste destino che sembrava averlo colpito. Il sapore del sangue in bocca, la lingua impastata e quel fottuto mal di testa che gli trapanava il cranio da tempia a tempia. Era così mal ridotto e così devastato dagli eventi che lo avevano travolto da ricordare a stento come si chiamava. E cos’era poi quella puzza che c’era all’interno della stanza?
Scosse la testa, sputò un grumo di sangue a terra e si alzò in piedi. Le pareti erano bianche e senza finestre, non c’era una brandina né altro. C’era solo un buco nel pavimento che serviva come cesso ed una porta di metallo con un foro e un rettangolo inespugnabile.
Cercò di capire cosa diamine stava succedendo e cosa diamine doveva fare per uscire da quella situazione, ma la sua testa pulsante gli impediva anche di aprire solo la bocca per dire una parola.
C’era un mostro dentro di lui, un mostro che lo stava divorando lentamente, pezzo dopo pezzo. Un mostro però che prima lo aveva tempestato di botte e poi come se non bastasse gli si era insinuato nel cuore e nel cervello prendendo possesso di tutto ciò che poteva. Un mostro che voleva piegarlo a tutte le sue volontà, le quali non parevano minimamente essere positive.
Cominciò a piangere.
Un improvviso getto di fumo fu sparato all’interno della stanza, attraverso l’unico foro libero della porta. Invase ogni anfratto ed eliminò ogni piccolo residuo di aria viziata che già c’era. Lui cercò di urlare e di non respirare, ma non riuscì in nessuna delle due imprese, cadendo poi a terra mezzo intontito.
Quello che vide fu terrificante.
Il suo cervello era un apparecchio organico e tecnologico, fatto di lucine e palle di carne luminose e vibranti. Un essere nero e demoniaco, con contorni seghettati e consistenza opaca, stringeva e strappava tutto quello che capitava sotto i suoi artigli di acciaio.
Quel mostro era il mostro che doveva fermare. Quel mostro era l’obbiettivo per cui lui si trovava all’interno di quella claustrofobica stanza.
Ma ora era dentro di lui. Era dentro di lui e stava devastando, distruggendo e prendendo possesso delle sue funzioni motorie. Stava diventando il mostro che doveva cacciare.
A terra cominciò ad essere colto da spasmi e convulsioni, ma nessuno andò a soccorrerlo. Il tutto durò per circa cinque minuti. Quando si alzò in piedi, il suo sguardo era cambiato. Era più affilato ed efferato di prima. L’uomo ora era pronto ad obbedire e a collaborare col mostro.

Perché quando vediamo qualcuno che soffre e che sfoggia i segni di una lotta, ci fermiamo sempre a pensare alla cattiveria del mostro che lo ha ridotto così. Non consideriamo mai il mostro che resta dentro di noi ogni volta che perdiamo una battaglia.

giovedì 11 gennaio 2018

#55 Prisoners: quando sei tu al centro dell'orrore

Il mio ufficio nella prigione quel giorno puzzava di merda. Avevo voglia di spruzzare deodoranti per ambienti e tenere aperte tutto il tempo le finestre, quel miasma di escrementi corporali non andava via in nessun modo. E in tutto questo c’ero io piegato sulla scrivania a fissare bustine di plastica sporche di sterco e lacerate e polverina bianca.
Ero nervoso, ero nervosissimo. Avevo a due centimetri dalle mie mani i primi indizi per risolvere il mistero che avvolgeva le indagini di quei due agenti, ma non riuscivo a decifrare neanche una singola frase.
Dopo che avevano cominciato a inviarmi regalini notturni volti a minacciarmi, che poi erano culminati nel recapitarmi la mano di una delle mie ultime fiamme, di cui ovviamente non sapevo l’incolumità ma si poteva dedurre il peggio dall’averle tagliato una mano, il mio piano era entrato in azione. E il mio piano aveva portato i risultati che speravo.
Coinvolgendo un uomo che da vent’anni mi doveva due favori e utilizzando la giusta droga su un determinato detenuto, ero riuscito a capire come faceva il poliziotto infiltrato a comunicare con i bigliettini. Dato che non li passava attraverso gli orari di visita, perché quelli che avevo recuperato erano bianchi, la soluzione era da ricercare nelle docce. Infatti l’uomo infilava nel culo i bigliettini scritti e poi li faceva passare in qualche modo attraverso le docce, lì dove non c’erano telecamere.
Con l’aiuto della violenza del detenuto drogato e l’intervento dell’uomo in debito con me, avevo pestato a sangue il poliziotto senza sporcarmi le mani e avevo recuperato le ultime informazioni che doveva passare al suo collega libero. Ma cosa avevo trovato scritto tra quelle pagine bianche sporche di inchiostro e merda?
Il direttore trama qualcosa. Le cinque dita della passione hanno sortito l’eruzione del vulcano mentale. Pressando le giuste zone con sismici movimenti superficiali, potremmo giungere alla confessione sperata e trovare il movente del fuoco e il movente della connessione spirituale non desiderata.
Leggevo e rileggevo quelle parole cercando di non respirare la merda, ma più sentivo la puzza e più non ci capivo un cazzo.
Il mio appellativo era il primo ad essere nominato. Le cinque dita potevano tranquillamente riferirsi alla mano che mi avevano spedito per posta. Ma il resto? Eruzioni, movimenti sismici, confessione, fuoco, connessione spirituale. Tutte queste parole cosa significavano? E poi perché non c’erano riferimenti alle indagini circa altre persone? Cosa cazzo stavano tenendo sott’occhio all’interno della mia prigione?
Non avevano capito che quello era effettivamente il MIO CARCERE, e che quindi lo avrei scoperto prima o poi.
Ma nel frattempo una sola cosa era certa…
ovvero che una delle persone su cui indagavano ero sicuramente io.