giovedì 24 agosto 2017

#0 Le espiazioni: tatuarsi un'anima

Andai a fare un tatuaggio da un uomo chiamato Solomon, poiché tutti i miei amici avevano già usufruito dei suoi servigi. Era un uomo riservato, misterioso e ricoperto di tattoo dalla testa ai piedi. Il suo stile non era uno stile comune. Al di là dell'assurdo realismo che imprimeva nelle sue creazioni, i tatuaggi che sfoggiava sul proprio corpo erano impressionanti e spaventosi. Un miscuglio caotico di qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto capire.
Mi presentai all'appuntamento circa un'ora prima, fermandomi lungo il marciapiede a fumare una sigaretta. Poche persone camminavano per la via, mentre il sole si attardava a raggiungere l'orizzonte. Era pomeriggio inoltrato e un cielo limpido sovrastava quelle strade malfamate.
Entrai nel negozio soltanto dopo aver calpestato la cicca con il tacco della scarpa e comunicai alla ragazza della reception che avevo prenotato una seduta. Lei mi disse che potevo tranquillamente entrare in stanza, visto che non c'erano altri clienti e Solomon era all'opera su sé stesso in attesa di qualcuno.
Varcai la soglia senza pensarci più di tanto e respirai lo stantio odore di pareti non arieggiate ed inchiostro fresco. Mi girò la testa e mi appoggiai alla parete per un secondo. Solomon era lì, a torso nudo, piegato su una sedia si percorreva il ginocchio con l'ago di una macchinetta per tatuaggi, calcando quello che forse era un vecchio disegno, anche se  non avrei mai potuto essere sicuro circa il fatto che fosse o meno un tattoo nuovo.
"Accomodati", mi ordinò senza distrarsi dalla sua operazione.
"Cosa si sta tatuando, se posso chiedere?", domandai, cercando di scorgere un senso a tutte quelle linee e quegli arabeschi che gli circondavano il ginocchio e la gamba. Da solo non ci riuscivo minimamente, anche perché l'inchiostro era strano e troppo irreale. Quei disegni erano lucidi e pulsanti, come se racchiudessero qualcosa sotto la pelle. Erano gonfi come ferite, gonfi come ogni tattoo appena fatto.
"Un'anima", rispose secco, continuando il proprio lavoro.
Lo fissai interdetto, pensando a come si potesse disegnare un'anima, per cui decisi di aspettare e vedere il risultato finale.
"Cosa vuoi tatuarti?".
"Un cobra".
"Di che grandezza?".
"Una quindicina di centimetri".
"Dove?".
"Sul braccio destro".
"Perfetto" e si alzò in piedi smettendo di disegnare su di sé. Il risultato finale era una sfera nera, lucida e gonfia che pulsava e perdeva un po' di sangue. Mi fece impressione fissarla, ma non potei farne a meno.
"Come mai i suoi tatuaggi sono diversi da quelli che vedo sulle altre persone? Usa una tecnica particolare e sconosciuta per sé stesso?".
"No, non è così complesso. I miei tattoo, a differenza di quelli degli altri, non guariscono. Non guariscono mai, affinché io possa sempre ricordarmi di loro e della loro presenza", spiegò sorridendo in maniera macabra e facendomi rabbrividire.
"Come sarebbe a dire?", domandai spaesato e confuso.
"Io non prendo soldi per tatuare le persone. Chi vuole uno dei miei lavori, deve espiare poi i propri peccati. Chi non è avvezzo a tutto questo, muore ucciso dalle proprie colpe e io sono costretto a tatuarmi per sempre e dolorosamente la sua anima. Un tatto inguaribile che non permette a me di dimenticare la vita che ho stroncato".
E a quel punto impallidii, venendo stritolato dalla consapevolezza che quell'uomo di nome Solomon forse un uomo non era.

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